1a tappa: Burgos-Hontanas (km percorsi 30, ore di viaggio 8-13 e 14-17.30).
Arrivo a Burgos a un'ore indecente della mattina, senza speranze di trovare bar aperti per la colazione. Mi riposo su una panchina in attesa dell'alba (sono partito ieri sera da Barcellona e ho passato la notte in treno), e mi sveglio esattamente quando c'è la luce giusta per fotografare la cattedrale. Quindi intercetto conchiglie e frecce e inizio il mio piccolo cammino. Le Mesetas sono una lunga serie di altipiani aridi, monotoni, semideserti e bellissimi. Non avendo a disposizione più di quindici giorni ho deciso di partire da qui, rinunciando ai Pirenei e alla Navarra. Era di un deserto che avevo bisogno, ed eccomi servito.Prime impressioni: pochi stranieri, sul cammino si incontrano per ora soprattutto autoctoni. Ho incrociato un gruppo di italiani che si riposavano a Hornillos, ma dopo qualche minuto dal mio arrivo è comparso un autobus e li ha caricati. Io e uno spagnolo ci siamo guardati un po' sorpresi. Quando ho detto che così Dio se ne accorge, forse non ha capito tutte le parole ma ha capito il senso.
Visto che mi accingo a una vacanza così strampalata, è bene che un possibile senso lo capisca anch'io. La domanda me l'hanno fatta in tanti: Mox, perché fai il cammino di Santiago? E, a seconda dell'ispirazione, ho risposto di volta in volta in modo diverso: vado a fare una passeggiata; voglio trovare Dio e mi hanno detto che da queste parti ce n'è da vendere; non ho la patente; non ho niente da fare ad agosto; un'indulgenza può sempre tornare utile; l'anno scorso ho mangiato cinese e quattro passi mi aiuteranno a finire di digerire. Tutte ottime motivazioni, ma di per sé insufficienti. Il vero motivo è lo stesso che mi ha portato a Trento: ho sentito il bisogno di introdurre un minimo di casualità e di imprevisto nella mia esistenza.
E qui parte lo sproloquio.
La massima aspirazione del borghese medio (scusate l'approssimazione, ma questo è un accidente di blog, mica un trattato di sociologia), per la vacanza come per la vita, è il pacchetto organizzato, il tutto compreso: sai dove sarai, dove mangerai, dove dormirai, cosa vedrai. Il grande nemico, nella vacanza come nella vita, è l'imprevisto in ogni sua forma: il volo aereo in overbooking, il ristorante già completo, l'appartamento in affitto che si rivela una topaia, la città che fa schifo. L'imprevisto trasforma la vacanza in tempo perso, cioè soldi buttati: un prezioso investimento cronologico e finanziario andato in fumo.
Ecco, questo è esattamente quello che io non voglio diventare. L'unico antidoto era partire conoscendo più o meno la meta, ma con una vaga idea di come arrivarci e quando, e un'idea ancora più vaga di come tornare. Chiunque sia pratico di voli low-cost sa che un biglietto andata e ritorno conviene sempre: mi sembrava un bel gesto quello di partire con un biglietto di sola andata, poi si vedrà.
Lo ammetto, il mio non è un vagabondaggio vero e proprio. Il cammino è ben segnalato e non ci si può perdere (il vero viaggiatore può perdersi, è normale che si perda), in quasi tutti i paesini ci sono rifugi e ristoranti per accogliere i pellegrini. In fin dei conti, l'unica variabile veramente incerta è la mia resistenza, la mia capacità di arrivare in un posto o dieci chilometri più avanti alla fine della giornata. E' poco, ma è già qualcosa. E' come la differenza tra viaggiare in autostrada e inerpicarsi su per un sentiero. Il mio cammino somiglia più a un viaggio che a una villeggiatura. Non è avventura, ma non è solo una vacanza. E' camminare per qualche centinaio di chilometri scoprendo di volta in volta cosa mi aspetta. E' un'esperienza.
Rapporti con gli altri pellegrini: quando ci si incontra ci si scambia un "hola" e un "buen camino". Difficile andare oltre, almeno mentre si è in marcia. Il fiato va conservato per l'obiettivo prioritario. Nel mio caso c'è anche la barriera linguistica, e ho notato che gli spagnoli hanno due caratteristiche particolari: 1) mediamente parlano inglese peggio degli italiani (e ce ne va); 2) non capiscono che italiano e spagnolo sono due lingue diverse. Quando mi chiedono qualcosa rispondo "no hablo español", al che mi ripetono la stessa domanda alla stessa velocità e con le stesse parole.
Magari fra una o due settimane implorerò disperatamente un contatto umano, fosse anche di un'umanità minima come quella del mio coinquilino (è un'esagerazione, intendiamoci), ma per ora sono contento che gli scambi con gli altri viandanti si limitino a una parola e un sorriso. Unica eccezione, stasera ho cenato con un tale Maxim Lamarque, anni sessantadue, bancario in pensione, residente a Reunion. E' in viaggio dall'8 aprile, ha fatto la tratta Saint Jean-Santiago e poi ha preso la via del ritorno a piedi, con l'autentico spirito del pellegrino medievale. All'apice dei nostri volenterosi quanto patetici tentativi di comunicazione (lui non parla inglese, io non parlo francese), mi ha scritto su un tovagliolo gli indirizzi dei migliori albergues e di un ristorante a Santiago.
Concludo questa lunga prima pagina di diario con un paio di note di servizio: chiunque voglia avventurarsi nel cammino, farà bene 1) ad abituarsi alle docce fredde (dico in senso letterale, non come metafora dello sgomento che coglie il viandante quando trova un ristorante con "menu del peregrino" a 25 euro) e 2) ad adottare un criterio flessibile per stabilire il confine ideale tra un paio di mutande sporche e un paio di mutande pulite.






3 reazioni entusiaste:
Bello, bello!
La classica cosa che non avrò mai il coraggio di fare (forse).
Racconta, racconta. Che qui ti si legge molto volentieri...
Buon cammino!
ho letto tutto al contrario, bella esperienza, bravo!
Recentemente ho trovato il vostro blog e hanno letto insieme. Ho pensato di lasciare il mio primo commento. Non so cosa dire se non che mi sono goduto la lettura. bel blog.
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