lunedì 27 ottobre 2008

Gli italiani se la prendono con i governi anziché con il papa


Nuovo volantino di Filippo Bellissima, grazie a Giova!
Un'impietosa analisi dell'alienazione religiosa degna di Feuerbach.

lunedì 13 ottobre 2008

A bientôt!

Come forse i miei quattro lettori avranno intuito, Per la cruna di un ego si appresta a terminare la sua breve esistenza. Niente lacrime, suvvia. Prima o poi doveva capitare, oggi a te domani a me, sono sempre i migliori che se ne vanno... e così via. Scrivo quest'ultimo post per salutare chi mi ha seguito fedelmente (o anche infedelmente, non sono un tipo geloso) in questi due anni. Il mio primo post è datato 8 settembre 2006 e racconta di quando iniziai il mio servizio civile culturale con un rastrello in mano. Che nostalgia. Chi l'avrebbe detto che potessi provare nostalgia per un rastrello? Eppure il passato ha questa caratteristica incredibile, di avere fascino per il solo fatto di essere passato. Ora che me ne sto a trecento chilometri dalla mia vita torinese, sempre in dubbio se ritornarci o continuare a spostarmi verso est, anche quello che allora non sopportavo ha una dolcezza tutta particolare.

Per la cruna di un ego chiude i battenti. Non eliminerò il blog, perché non si sa mai che qualcuno passi di qui per caso cercando notizie sul servizio civile o su Filippo Bellissima (di cui pubblico un recente volantino, un pezzo straordinario: scritto a maggio, con grande lungimiranza alludeva già alla fragilità del nostro sistema finanziario). I vecchi post rimarranno qui, ma credo che non scriverò più. Un po' per motivi tecnici (da quando ho traslocato non ho più la adsl a casa e collegarmi a internet comporta scomodi spostamenti), un po' perché il blog ha esaurito la sua funzione. Doveva raccontare una fase di transizione della mia vita, iniziata quando mi sono introdotto nell'oscuro mondo di chi accetta di fare una cosa che non gli piace in cambio di una paga fissa, e proseguita nella piccola città tra le montagne dove son venuto a cercare di capire qualcosa di me (e, già che son qui, di prendere anche una laurea specialistica in filosofia). Ecco, ora quella fase di transizione è finita. Non saprei spiegare perché (anzi sì, ma sarebbe lungo e tedioso), ma so che è finita. Non che abbia finito di transitare, per carità. Anzi, oserei dire che la mia vita è, da un punto di vista strettamente esistenziale, una lunga transumanza. Ma ora sono in un'altra transizione che esprimerò con altre parole e in altre forme.

Un grazie per la pazienza ai miei quattro lettori.


giovedì 28 agosto 2008

Santiago e ritorno

12a tappa: Pedrouzo-Santiago de Compostela (km percorsi 23, tot. 299, ore di viaggio 6-11.30).

Ce l'ho fatta. Il 18 agosto ho finalmente raggiunto la conclusione del mio viaggio sconclusionato. L'ultima tappa del cammino di Santiago sembra fatta apposta per riportare un po' bruscamente il pellegrino nel mondo da cui si è temporaneamente assentato (chi solo per dodici giorni, come me, chi per quaranta o più). E qui apro una parentesi: è una strana sensazione, almeno per me, non ricevere notizie sul mondo anche solo per qualche giorno.
E nel mio caso l'isolamento dalle informazioni era pressoché totale, perché quando mi capitava di mangiare in un bar o un ristorante dove c'era un televisore acceso, trasmetteva sempre e solo gare olimpiche. Ho saputo che i russi avevano invaso la Georgia da un sms di mio fratello, ma al bar si continuava a guardare tranquillamente una partita di tennis, e la pochezza del mio spagnolo non mi consentiva di chiedere scusi, è scoppiata una guerra, può cambiare canale? Insomma, se in questi dodici giorni (sedici, contandone due a Barcellona e due di viaggio verso l'Italia) ci fosse stato un altro 11 settembre non me ne sarei accorto. Effetto? non è così male. Mi è venuto in mente quello che diceva Oscar Wilde: è tristissimo constatare che oggigiorno siano così poche le informazioni utili. Poche in termini relativi, non assoluti. Perché ormai abbiamo a disposizione tutte le informazioni che vogliamo, ma la stragrande maggioranza sono false o inutili. E questo lo sapevo già, ma l'ho capito meglio passeggiando per deserti e per boschi. Chiusa parentesi.
Dicevo del pellegrino che ritorna bruscamente nel mondo: lasciando Pedrouzo si attraversa un bosco di eucalipti, immersi nell'oscurità completa e nel profumo. Poi la poesia lascia il posto alla strada statale, all'aeroporto e alla periferia. All'uscita dal bosco (saranno state le sette del mattino) ho incontrato un distinto signore che si era appostato lì per intercettare i pellegrini e offrire posti letto in una pensione del centro. Bentornati nella realtà.

(Ah, detto per inciso, ho rifiutato soltanto perché il giorno prima avevo già prenotato la pensione più economica di Santiago. Lo so che è poco coerente con lo spirito del pellegrino, ma dopo l'incidente di Melide volevo evitare di arrivare alla meta dopo trecento chilometri e dover fare il giro delle sette chiese prima di trovare un letto.)
Superata la zona industriale, accompagnati dal rumore del traffico, finalmente si arriva nel centro storico della città, che è un gioiellino, e si intravedono le guglie della cattedrale, che è un portento. Ecco, ora il viaggio è compiuto.
Oddio, compiuto un corno. Dopo un paio di giorni di turismo in compagnia di due romani trovati alla pensione, ho iniziato la mia piccola odissea. Ed è proprio vero che ogni viaggio insegna qualcosa: il viaggio Santiago-Torino mi ha insegnato a non deridere quei compatrioti incontrati lungo il cammino, che per rientrare hanno preso il TGV da Madrid e fatto il cambio a Parigi. Di sicuro hanno impiegato meno tempo di me: tredici ore di autobus da Santiago de Compostela a Irun, dove si prende il trenino per passare la frontiera francese e arrivare a Hendaye; quattro ore e mezza di treno da Hendaye a Tolosa; altre sei ore di treno da Tolosa a Nizza, e la prospettiva di passare la notte in stazione perché per dieci minuti perdo l'ultimo treno utile per raggiungere Torino in serata.
Non so se mi spiego.
20 agosto 2008, ore 13 circa. Sono reduce da dodici giorni di marcia, 300 chilometri percorsi, mi porto dietro uno zaino che pesa un quinto di me, l'ultima notte l'ho passata in autobus, e la prossima rischio di passarla nella sala d'attesa della stazione di Nizza. A questo punto la Provvidenza, che ad Arzua aveva assunto le sembianze di tre ragazze irlandesi, decide di darmi di nuovo una mano sotto forma di scritta su un tabellone elettronico alla stazione di Tolosa: il treno per Nizza ferma a Montpellier, Marsiglia, Tolone, St. Raphael, Cannes e Antibes. Ricordo vagamente di aver sentito che una mia amica ha una casa ad Antibes, e la mia amica, opportunamente contattata, ricorda che ad Antibes ha, oltre alla casa, due antenate che possono fornirmi la chiave della medesima. Sono salvo.
Antibes è una cittadina della Costa Azzurra, graziosa e inequivocabilmente turistica. Ancora abituato alle levatacce da pellegrino, faccio quattro passi al mattino presto, quando i venditori preparano le bancarelle con ogni tipo di cianfrusaglia. Non c'è niente di più sorprendente che osservare quante cagate si trovano in vendita. Anzi, qualcosa sì: pensare che se qualcuno le vende, qualcun altro prima o poi le comprerà.
Forse è stata davvero la Provvidenza a farmi fare tappa qua a scopo pedagogico, per insegnarmi la morale della storia. E la morale è che è buffo, dopo aver viaggiato per un paio di settimane seguendo rigorosamente la filosofia dell'essenziale, ritornare nel mondo del superfluo. Le vacanze sono proprio finite.

domenica 17 agosto 2008

a un giorno da Santiago

11a tappa: Arzua-Pedrouzo (km percorsi 20, tot. 276, ore di viaggio 6.30-11.30).

Alla fine ieri sera mi ha salvato la Provvidenza sotto forma di tre ragazze irlandesi molto cattoliche che dormivano in stanza con me (che fossero molto cattoliche l'ho dedotto dal fatto che si portavano dietro la Bibbia, che qualunque pellegrino dalla fede non incrollabile considera un libro mirabile, ma troppo pesante nel senso fisico del termine). Mi hanno salvato non annunciandomi la salvezza, ma con un asciugacapelli che, alla bisogna, si è trasformato in un asciugasaccoapelo, almeno quanto basta per non dormire nell'umido.
Stamattina ho attraversato un bosco prima dell'alba: esperienza quasi mistica che mi ha riconciliato con Dio, con gli uomini e persino con il santo per colpa del quale non ho potuto pernottare a Melide. Poi il tempo ha retto bene, permettendomi di arrivare sano e salvo e asciutto all'ultima sosta prima di Santiago: un comodo rifugio da condividersi con altre 119 persone, doccia fredda e nuovo incontro con i veneti di cui mi ero liberato con un'abile mossa tattica sull'alto di Ligonde.
Nel letto vicino al mio c'è una signora che rantola: mi fa venire in mente che nell'ultimo tratto del cammino compaiono diverse lapidi, di scarso incoraggiamento al pellegrino, dedicate a quei poveracci che sono morti in viaggio, o subito dopo l'arrivo. Dinanzi alla memoria di costoro, i pellegrini pii si segnano e mormorano un eterno riposo. Quelli agnostici si abbandonano a un più profano gesto apotropaico.

sabato 16 agosto 2008

la ducha sigue!

10a tappa: Eirexe-Arzua (km percorsi 35, tot. 256, ore di vaggio 6-15).

Quando vi dicono che in Galizia c'è un clima atlantico, non fatevi ingannare dall'eufemismo. In Galizia c'è un clima di merda. Da quando son qui non ho visto il sole per più di quindici minuti di fila.
Dopo un sonno agitato e interrotto ripetutamente da una bambina spagnola (a questo proposito si veda quanto scritto ieri, emendando il punto 4: "a Santiago non si va in comitiva e non si portano marmocchi"), dopo una notte di scarso riposo, dicevo, stamattina mi alzo di buon'ora con l'intenzione di fare 22 km fino a Melide. Piove. A tratti piove forte. All'insufficiente estensione del mio k-way, che non basta a coprire me e lo zaino, si aggiunge il clamoroso fallimento di un sistema di ancoraggio del sacco a pelo, che mi cade ripetutamente e si apre. Quello che arriva a Melide è un Mox fradicio, e non di ottimo umore.
E ancora non sa che lo aspetta un'altra sorpresa: a Melide è giorno di festa per non so quale stronzo di santo patrono, l'albergue è pieno (capite perché i veri pellegrini odiano gli pseudopellegrini degli ultimi cento chilometri?) e nelle pensioni non si trova posto neanche a pagarlo oro. Si noti che quando arrivo a Melide sono, oltre che zuppo, quasi digiuno: nello stomaco ho una ciambella, una brioche e un caffelatte. Ma non ho scelta, devo proseguire fino al prossimo rifugio che si trova, escludendo hotel e pensioni a prezzi non popolari, a 12 km. Altre tre ore di cammino prima di poter mangiare un panino con tortilla, lavarmi, crollare sfinito e constatare quant'è bagnato all'interno il sacco a pelo.
Per la cronaca, è tanto bagnato.
Mancano una quarantina di chilometri a Santiago.

venerdì 15 agosto 2008

lecito e illecito

9a tappa: Portomarin-Eirexe (?) (km percorsi 18, tot. 221, ore di viaggio 7-11.30).

Tappa breve per riprendere fiato, perché nessuno mi corre dietro, e soprattutto per evitare una comitiva di ventisette - dico ventisette - veneti che ho incontrato ieri e che rischiavo di ritrovare a Palas de Rei. Sono l'esemplificazione vivente di tutti i difetti di cui scrivevo ieri, e ne hanno anche qualcuno in più. Per non averli di nuovo fra i piedi mi son fermato in una borgata di campagna talmente improbabile che non c'è certezza nemmeno sul nome, che potrebbe essere Eirexe o Ligonde. Le uniche certezze sono due: il letame e le mosche.
Gli incontri interessanti ormai sono più rari che in Castiglia (il pensionato di Reunion che ha fatto 1300 km a piedi, il ragazzo francese che di ritorno da Santiago vuole arrivare fino a Roma, il polacco gucciniano, la pranoterapeuta ungherese che ha fatto voto di silenzio...), ma ogni tanto capitano. Ho trovato un ragazzo di Varese che è partito da Logro
ño e condivide la mia ostilità verso gli pseudopellegrini degli ultimi cento chilometri. Ci siamo accordati sui seguenti principi fondamentali:
1) negli albergues dovrebbe essere proibito prenotare;
2) c'è chi, per camminare leggero, spedisce il bagaglio col taxi e lo recupera alla fine della tappa. Per viaggiare così, tanto vale fare una passeggiata al parco sotto casa senza venire a rompere i coglioni ai pellegrini affollando il sentiero e i rifugi;
3) la carriola invece sfrutta una tecnologia antichissima, riduce ma non elimina lo sforzo e quindi è un mezzo lecito;
4) a Santiago non si va in comitiva.

giovedì 14 agosto 2008

pellegrini e turisti

8a tappa: Sarria-Portomarin (km percorsi 23, tot. 203, ore di viaggio 6.30-12.30).

Tappa non proibitiva, ma dopo i 37 km di ieri e la notte in treno è diventata un calvario. Alla fatica dei giorni di viaggio che si accumulano, provocando dolori a tutte le articolazioni possibili, si aggiunge l'impatto con i famigerati pellegrini degli ultimi cento chilometri. Per vedere un po' di Galizia ho scelto di ripartire da Sarria, perché è l'ultima città del cammino raggiungibile in treno e perché sono sicuro di essere a Santiago entro una settimana. Dovevo immaginare che la mia idea non fosse del tutto originale.
Sarria si trova a circa 112 km dalla meta, e 100 km è precisamente la distranza minima che si deve percorrere a piedi per ottenere la Compostela, documento che attesta l'avvenuto pellegrinaggio e di cui Qualcuno dovrebbe tener conto nel Giorno del Giudizio. Non mi intendo molto di queste cose, ma mi son fatto l'idea che quel giorno sarà una specie di ingorgo al casello autostradale, e chi ha compiuto il pellegrinaggio avrà l'equivalente spirituale di un Telepass. Ora io ci tengo a precisare, a scanso di equivoci, che della Compostela me ne cale in misura molto limitata (la prendo e la metto da parte perché non si sa mai, sempre meglio essere coperti anche sotto quel punto di vista). In verità non si può neanche dire che io stia facendo il cammino di Santiago, che è un percorso di 800 km, parte da Saint Jean e non prevede tappe in treno. Il mio intento era di fare quattro passi, il mio tempo a disposizione due settimane tra un esame e l'altro. Così ho pensato di fare una passeggiata seguendo la rotta dei pellegrini per due tratti, uno in Castiglia-Léon e l'altro in Galizia, per un totale di circa 300 km. Ecco tutto.
Quando ho visto la differenza tra i pellegrini incontrati in Castiglia e questi qua, non mi sono scandalizzato per la mancanza di senso del sacro nei secondi. Semplicemente sono rimasto deluso dal vertiginoso aumento del tasso medio di volgarità. I primi sono pellegrini, i secondi sono turisti (nel senso più negativo che si possa attribuire al termine). Tanto per chiarire la differenza, i pellegrini sono più riflessivi, più originali, più cordiali, più civili e più motivati (ho già detto degli operai che passano le ferie camminando e poi se ne tornano belli riposati a lavorare in fabbrica. C'è poco da aggiungere); i turisti sono caciaroni, appena arrivati a Sarria vanno nel primo negozio a comprare il bastone con annesse conchiglia e caciotta posticce, viaggiano cantando a squarciagola canzoni di Laura Pausini, si fanno la foto sorridenti di fianco ai cartelli con i simboli del cammino, lasciano immondizia sul loro passaggio, a volte non salutano nemmeno, prenotano il posto nei rifugi e poi si lamentano se non hanno le comodità dell'hotel Hilton. Hanno per lo più l'aria di piccoloborghesi in cerca di imprese da raccontare agli amici, alcuni sembra che vedano il cammino come una gara. Ci sono molte famigliole e (ahimé) moltissimi italiani. Non ne ho incontrato nessuno che sia capace di viaggiare da solo. Quasi nessuno tiene un diario.
Spero di aver reso l'idea.
Nota positiva: il paesaggio della Galizia è più bello e variegato della Meseta. Portomarin è un paese grazioso e lo visiterei volentieri, se riuscissi ancora a muovermi.